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Presentazione del volume Architettura, emozioni, empatia, a cura di P. Gregory e G. Scotto, vol. 2/2024 di "POLEMOS. Materiali di filosofia e critica sociale", al Dottorato di Ricerca "Architettura Teorie Costruzione", Dipartimento di Architettura e Progetto, Facoltà di Architettura, Sapienza Università di Roma, 19-06-2026.
Interventi di: Orazio Carpenzano, Carmen Andriani, Stefano Catucci, Maria Clara Ghia, Fabio Gianfrancesco, Paolo Vinci.
VIDEO della presentazione: https://youtu.be/12bLM1CUp7c

Architettura, emozioni, empatia, a cura di P. Gregory, G. Scotto, Pólemos, vol. V, no. 2/2024
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P. Gregory, Presentazione al libro di R. Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura, Tab edizioni, Roma 2024. Scuola di Dottorato in Scienze dell'Architettura, Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università di Roma, 28-03-2025.
Perché sguardo? Ho pensato a Jean Starobinski che in “L’oeil vivant”, nel 1° cap Le voile de Poppée scrive a proposito del termine francese regard (che traduciamo in italiano con il termine sguardo): “la radice non designa originariamente l’atto del vedere, piuttosto l’aspettativa, l’interesse, il controllo, l’attenzione, la protezione, caratterizzati dall’insistenza espressa dal prefisso di raddoppiamento o di ripetizione. Regarder è un moto che tende a riprendere sotto controllo.” Perciò non si esaurisce in sé stesso: “implica uno slancio continuo, un impegno ostinato, quasi animato dalla speranza di ampliare la sua scoperta o di riconquistare ciò che sta per sfuggirgli”. Ciò che diviene fondamentale è dunque la RELAZIONE: “car j’appelle ici regard moins la faculté de recueiller des images que celle d’etablir une relation” aggiunge l’A. poco dopo. Perciò ancora, il valore dell’oggetto è in questa relazione soggettiva che consente d’integrare in un orizzonte di senso, che solo tramite l’esperienza si costituisce, frammenti di immagini e ricordi. Centrale è dunque l’esperienza fenomenologica dell’architettura che non può scindere l’oggetto dall’ispezione e dal movimento del corpo, poiché – scriveva M. Merleau-Ponty – l’oggetto è sempre carico di predicati antropologici.
Di fronte all’esplosione incontrollata di nuovi modi di guardare – fotografia, cinema, pubblicità, TV, internet, Google maps. smartphone, skype, social media in generale, navigatori satellitari, realtà virtuale e aumentata – lo sguardo di Secchi si incentra sulla propria vita vissuta, proponendoci un arazzo intessuto di pensieri, sentimenti, letture, ricordi e sogni.
Un’autobiografia, dunque, che attraversa le architetture e i luoghi visitati ed esperiti, narrandoci le aspettative, i piaceri, le scoperte, le sorprese o anche le disillusioni talvolta, mostrandoci l’empatia, che lo sguardo è in grado di innescare. Empatia - entrare in, entrare dentro qualcosa/qualcuno - evidenzia una consonanza (talvolta anche una dissonanza) con ciò che esperiamo. Non tornerò oggi sul tema dell’empatia, sviluppato in un recente libro; sottolineerò solo che l’atto empatico è sempre e insieme emotivo e cognitivo, perché come le neuroscienze cognitive ci hanno dimostrato “il cervello che agisce è anche un cervello che comprende”, il che è tanto più vero quando ci muoviamo nello spazio fisicamente o virtualmente, quando lo ricordiamo o solo lo immaginiamo.
Soprattutto oggi con l’intelligenza artificiale che consente rapide e del tutto neutrali descrizioni delle opere di architettura (e molto altro), questo allenamento mentale di comunicazione empatica costituisce, secondo alcuni di noi, un modo per controbilanciare la pervasiva oggettualità di vedere, osservare, scrutare, analizzare le cose del mondo, introducendo una delle qualità che l’intelligenza artificiale, fino ad ora, non può avere: l’empatia, che insieme alla creatività e al pensiero critico, ne costituisce ancora un piano/orizzonte di resistenza. Perciò i racconti di Secchi sono un modo di “praticare” l’empatia aprendo il proprio campo d’esperienza, affettivamente connotata, al vissuto di un altro/altra, dove l’alterità riguarda lo stesso spazio costruito che, costituendosi “come se” fosse un “quasi-soggetto”, si rende accessibile per vie ogni volta differenti. Di nuovo ricordo Il Velo di Poppea, dove Starobinski a proposito dello sguardo critico (le regard in quanto riflessivo è sempre anche critico) afferma come questo non possa essere né quello totalizzante (surplombant / sovrastante), né quello di un’immediata identificazione, piuttosto – scrive – “emerge uno sguardo che dall’opera si dirige verso di me; uno sguardo che non è un riflesso della mia domanda, ma una coscienza estranea che mi cerca: l’opera mi interroga”. Regard, afin que tu sois regardè! conclude l’autore. Dunque le opere stesse interrogano Secchi e come i padri dell’Einfühlung scrivevano, l’opera diviene essa stessa soggetto o quasi soggetto, in un rispecchiamento che, soprattutto nel campo estetico non è, né può mai essere totale. Per questo alcuni autori, anche nel campo delle neuroscienze cognitive, preferiscono parlare di sintonizzazione, perché ciò che avviene è la restituzione di qualcosa di simile: un “rispecchiamento empatico”, lo definisce Gallese, in cui non si riflette letteralmente l’alterità, piuttosto nel riconoscimento della differenza fra il proprio sé e l’altro/altra, si attiva uno stato che appare in qualche modo congruente. Si tratta di una compartecipazione emotiva che non appare mai passiva, perché reinterpretata e filtrata dalle esperienze passate, dalle capacità e da tutta una serie di variabili della personalità. Come sottolinea ancora Gallese, infatti: «le cose, gli oggetti acquisiscono la piena significazione solo in quanto costituiscono uno dei due poli di una diadica relazione dinamica col soggetto agente, che di questa relazione costituisce il secondo polo». Torniamo perciò al concetto centrale di RELAZIONE implicito allo sguardo, in cui risiede il valore dell’oggetto che guardiamo ed esperiamo.
Perciò, sebbene Secchi annoti nel prologo al libro: “il dubbio che quanto scritto non sia di alcuna utilità è vivissimo” è anche vero, come sottolinea poco dopo, che tuttavia “le descrizioni contenute offrono una lettura di un’opera architettonica, ne considerano gli aspetti più salienti allo sguardo di un architetto”. Soprattutto, aggiungerei, innescano nel lettore un “rispecchiamento empatico” e promuovono (sia nell’autore che nel lettore) un esercizio di “empatia narrativa” che, formalizzata da Suzanne Keen, «è la condivisione del sentimento (feeling) e della prospettiva (perspective taking) indotta dal leggere, vedere, ascoltare o immaginare la narrazione della situazione e della condizione di un altro». È dunque un’esperienza di condivisione delle nostre vite, delle ns scelte ed emozioni. Se sono stata io, in qualche modo, l’ispiratrice di questa modalità di comprendere e raccontare l’architettura – cosa della quale sono molo orgogliosa – va anche detto che Secchi aveva già trovato nel racconto letterario una via per parlare di architettura, in un seminario condotto nel 2021 con Andrea Bruschi nel dottorato Architettura. Teorie e Progetto”, dal titolo “I generi tra architettura e letteratura”.
Ma ancora di più, Secchi ha sempre mostrato e comunicato l’esigenza di guardare alle cose del mondo in modo appassionato, nel coinvolgimento fisico e intellettivo insieme, che l’opera può suscitare o solo evocare.
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Presentazione del volume di D. Ruzzon, Tuning Architecture with humans, Mimesis International, 2022. Aula Magna Lingotto, Politecnico di Torino, 18 maggio 2023. Modera: P. Gregory
Conferenza dell'autore
ABSTRACT_The evolutive features of human interaction within the natural environment have slowlymolded human behavior. These primitive templates generated, in a social dimension, the surfacing of feelings to theconsciousness and gradually of the language. Neuroscience sheds light on the mechanism through whicharchitecture has been a crucial shift in the cognitive enhancement of Humans. Deprived of this context, we can notfully get Embodied, Extended, Embedded, and Enacted Cognition. The book clarifies how the architecture's inceptionis a transition from the natural settings, those that would have inextricably coupled bodies and actions, from the HomoErectus phase.Nowadays, technologies and architectures humans developed, along with cultural and socialtransformations, particularly in the last two centuries, modified cities without sufficient awareness of the fundamentalrole played by the environment in human evolution. Our urban ambiance, and the environmental crisis, are the resultof this forgetting. Now, human sciences can now underpin a new way to conceive human-centered design approach.
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Presentazione del libro: R. Pavia, Il passo della città. Temi per la metropoli futura, Donzelli Editore, Roma 2015, e conferenza dell'Autore presso il Castello del Valentino, Dipartimento di Architettura e Design, 21 Aprile 2016, ore 10.00. Introducono: Paola Gregory e Paolo Mellano. Intervengono: Gustavo Ambrosini, Mauro Berta, Matteo Robiglio.
Il passo della città – scrive Pavia – non è più il passo dell’uomo: sarà possibile restituire un ruolo strutturante al nostro passo nella città futura?
Il libro analizza due percorsi intesi come infrastrutture ambientali: i percorsi pedonali e le filiere di gestione dei rifiuti, entrambi ritenuti reti essenziali e primordiali per l’equilibrio e la qualità dell’ambiente.
